Shut up and take my money – Italy edition

Sei italiano e desideri acquistare un oggettino tecnologico per fare un regalo, controlli le FAQ del sito su cui ti trovi e ti imbatti in questo messaggio:

shipments to italy

Caro italiano, so che ti pare assurdo che la gente si rifiuti di prendere i tuoi soldi solo perché non è in grado di offrirti un servizio serio, per cause che tra l’altro dipendono da altri.
Il piccolo italiano medio dentro ognuno di noi trova istintivamente assurda e naïf questa dimostrazione di incredibile onestà imprenditoriale: la nostra macciocapatondesca reazione, nel ruolo di manager (di una start-up giovane e dinamica blablabla), sarebbe “ma che cazzo me ne frega a me? Io intanto mi prendo i soldi, poi se il pacco se lo inculano i corrieri e non arriva a destinazione o arriva con 52 mesi di ritardo, chissenefrega. Io le vacanze me le faccio!”.
Ebbene, signori e signore, notizie straordinarie: ci sono popoli più evoluti del nostro.

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Tu chiamale, se vuoi… pulizie

Avrete notato questa tendenza degli ultimi anni ad unire più attività in un unico esercizio commerciale: l’esempio più tipico è la libreria con caffè/bar/ristorante annesso, ma il mercato ci sorprende continuamente con trovate sempre più originali, anche nella vendita al dettaglio e fra i liberi professionisti.

Pulizie con massaggio cercasi

Questo eroe milanese, ad esempio, ha deciso di unire l’utile al dilettevole. Cosa c’è di meglio, infatti, che una sexy donna delle pulizie che provveda a tutti i tuoi bisogni corporei mentre spolvera i ripiani della libreria? D’altronde che male c’è in un massaggio? Se poi diventa altro, chissà, si vedrà anche in base agli orari delle candidate…

Giornalisti santoni cercansi

Giornalisti esoterici

E poi? ‘Na coppola di minchia?

Darei un braccio per poter conoscere di persona tutti quelli che si presenteranno a questo colloquio. Se siete di Roma, non perdetevi le audizioni per giornalisti esoterici onniscienti!

Altrimenti cercate “giornalisti esoterici onniscienti” su Google Immagini: vi vengono fuori, nell’ordine, Giosuè Carducci, una pantera, Dan Brown, la cantante dei Florence+The Machine, Giorgio Napolitano, Hitler e Casaleggio.
Coincidenze? NON CREDO!!11one

anglicismi dell'orrore

Anglicismi dell’orrore

anglicismi dell'orroreMa l’italiano medio, che non sa nemmeno usare il genitivo sassone o i verbi alla terza persona singolare del presente, cosa dovrebbe capire di tutta questa manfrina anglofona, considerato che il target sono clienti delle province di Milano, Bergamo e Brescia?
Soluzione di marketing: sostituisci, all’inglese, un ostia, un figa o una madonna. Con una spolverata di Grana, magari.
And they lived happily forever after.

Lavora con noi

Durante la prima settimana di lavoro mi sono trovata a scrivere, per un nuovo sito, la famigerata pagina Lavora con noi, quella in cui tutti noi speriamo sempre di trovare scritto direttamente il nostro nome e cognome e codice fiscale. Cerchiamo te, proprio te, caro Stronzo de’ Stronzis che abiti in via Cazzabubbolis a Paperopoli, contattaci subito per ottenere il lavoro della vita!

La pagina Lavora con noi è la pagina delle speranze (deluse) e della fuffa elargita a piene mani.
Ed ecco che, nello scriverne una, tre mesi di disoccupazione sono confluiti nelle mie dita, servendomi le parole giuste su un piatto d’argento, come se sgorgassero naturalmente, come un fiotto di merda dal culo dopo un pranzo all-you-can-eat al ristorante indiano:

lavora con noi

Per il nostro organico siamo in cerca di figure dinamichecreative, interessate al mondo del giardinaggio, portate per il problem-solving orientate al cliente.

Conoscendo i retroscena di questa pagina (ovvero: nessuno se la inculerà mai) non posso che ritirarmi in un angolo, cullando la mia perduta dignità e scuotendo ossessivamente la testa come Salvini.

Buona festa dell’armistizio!

I regali degli studenti

Immigrato non è sinonimo di merda.

Per alcuni illuminati italiani di oggi quella contenuta nel titolo potrebbe risultare un’affermazione sconvolgente. Molti altri, i quali, sotto a un buonismo di facciata, ritengono invece che dovremmo alzare dei muri altissimi a difesa dell’intero perimetro italiano, sorrideranno con forzata partecipazione leggendo (se leggeranno) il contenuto di questo post. Fondamentalmente, degli uni e degli altri, me ne infischio. Mi rivolgo invece a chi è in grado di sentir parlare di immigrazione con mente aperta e capacità empatica. Sono convinta che solo da queste persone possa partire un progetto di umanità nuovo.

Negli ultimi due mesi ho svolto volontariato presso una scuola di italiano per stranieri a Milano. La scuola in questione non raccoglie il classico pubblico di studenti di italiano cui si è abituati a pensare: giovani o meno giovani benestanti, interessati ad arricchire la propria cultura nel tempo libero, grazie a una disponibilità economica invidiabile e un conseguente approccio alla vita molto più sereno del mio. Gli ospiti della scuola in questione sono invece rifugiati e richiedenti asilo, vale a dire persone che hanno compiuto lunghi viaggi dolorosi per fuggire da situazioni di violenta discriminazione – politica, razziale, religiosa, sessuale – o di vera e propria guerra. Sono individui che hanno dovuto abbandonare il mondo e le persone che avevano cari, nella speranza di ricostruirsi una vita più pacifica e sicura.

L’Italia, differentemente da quanto accade in altri Paesi europei, apre le sue porte a tutti. Forse proprio perché gli stessi italiani sono stati a loro volta migranti, in un passato non così lontano, di cui magari qualche traccia viene serbata nella memoria dei loro codici genetici. Altrimenti non si spiegherebbe – oltre che sulla base della proverbiale disorganizzazione che distingue gli abitanti di questa nazione – come i vari progetti di chiudere i confini agli stranieri che si sono riproposti a più riprese negli anni siano ripetutamente falliti.

Quello che ho visto io è che queste persone non sono mostri assetati di sangue, pronti a rubare il lavoro che spetta di diritto (ci sarebbe da approfondire di quale diritto si tratti) agli italiani, ma umili individui che a costo di inimmaginabili sacrifici hanno rimesso in gioco le loro vite. Sono disposti a fare lavori che nessuno di coloro i quali leggeranno questo blog, me compresa, sarebbe disposto a fare. Molti di loro lavorano in nero, senza certezze né garanzie, e succede anche che qualcuno di loro non venga pagato per il lavoro che ha svolto. Allora magari, trovandosi in una tale situazione, quel qualcuno conclude che tutti gli italiani sono dei delinquenti sfruttatori e decide di andarsene da questo Paese per tentare la fortuna in un altro. Sarà contento Bossi, indubbiamente. Ma è un dispiacere vedere come qualcuno che è riuscito ad arrivare a un livello A2 di italiano, la cui certificazione gli consentirebbe di ottenere un permesso di soggiorno di lunga durata, molli tutto e debba ricominciare da capo. Il punto però è proprio questo: che ricominciare ricomincia. Sempre. Chiedo a tutti voi: lo fareste? Avreste il coraggio di non arrendervi?

La verità è che per quanti problemi possano esistere in questo Paese siamo comunque cresciuti nella bambagia e non ci rendiamo conto di cosa significhi farsi davvero il culo cubico per andare avanti. Col sorriso, magari.

L’esperienza in questa scuola mi ha aperto un mondo che avevo solo conosciuto sui libri universitari, ma mai esperito direttamente. Vedere coi miei occhi cos’è un migrante, sentirne la voce e aiutare quella voce a raccontare la propria storia, dandole i mezzi linguistici e l’aiuto psicologico necessari a farlo, è tutt’altra cosa che ascoltare o leggere i racconti di qualcun altro, specialmente se italiano, italianissimo come me.

Questa professione, che è mal retribuita e non gode di alcun riconoscimento in Italia, nonostante sia di cruciale importanza sociale, genera una gratificazione che non è in grado di dare nessun lavoro “normale”, ossia finalizzato alla creazione di un prodotto tangibile. Vedere i muri di paura e diffidenza sgretolarsi giorno dopo giorno, con una rapidità che cambia molto di persona in persona; vedere come questi individui beffati dal destino imparino a crearsi un proprio spazio e acquistino progressivamente disinvoltura nel muovervisi dentro; sapere che un adulto di quarant’anni ha per la prima volta imparato a distinguere i caratteri di un alfabeto da dei segni informi per merito tuo e vedere come i suoi occhi si aprono improvvisamente a un ventaglio di possibilità mai immaginate prima: tutto questo non ha prezzo, il suo valore è incalcolabile.

Le emozioni che si provano in questo mestiere sono ineguagliabili e, soprattutto, inesprimibili. La festa che mi è stata fatta questa mattina dagli studenti, sotto la guida degli insegnanti e degli operatori del Centro, mi ha sorpresa, ovviamente imbarazzata a morte, e commossa oltre ogni dire. In tantissimi mi hanno ringraziata per quello che ho fatto per loro, mi hanno pregata di rimanere, si sono dispiaciuti; mi hanno rivolto auguri di ogni tipo, coinvolgendo gli svariati dèi in cui credono, mi hanno offerto biscotti, Coca-Cola, braccialetti dell’amicizia e proverbi africani di infinita saggezza; sono volate foto, strette di mano saldissime, sorrisi. C’è chi ha scoperto oggi che a insegnare andavo gratis e allora ci ha tenuto a raddoppiare, triplicare i ringraziamenti. In due mesi credo di aver dissipato un po’ delle tenebre di qualcuno di loro, o perlomeno di avergli mostrato che al di là della notte c’era una mano tesa, pronta ad afferrarli, e che non sarebbero caduti fragorosamente in un mare di spine.

“Maestra” non è solo un appellativo: è il riconoscimento di un’umanità che sotto una spoglia di cinismo, coltivata lungo l’arco di 26 anni di vita, è rimasta integra; della capacità di intessere relazioni profonde e di donare a qualcuno non solo conoscenza, ma anche speranza, amicizia, coraggio, e tutto quel bagaglio di sentimenti che permettono alle persone di andare avanti nonostante le tempeste, e che è specialmente importante conservare per chi si è ritrovato all’improvviso con le proprie radici culturali, familiari e amicali tagliate di netto.

Per concludere questo lunghissimo post che sicuramente non è ben ottimizzato dal punto di vista SEO (ma di questo comincerò a preoccuparmi da lunedì), riporto alcune righe dallo splendido “Kamchatka” di Marcelo Figueras, scrittore argentino, che credo sintetizzino perfettamente il mio pensiero:

Credo, comunque, che il motivo principale per cui oggi si combattono i maestri a colpi di miseri stipendi e improbe fatiche sia un altro, più meschino e dunque inconfessato. Un maestro è una persona che ha deciso di dedicare la vita ad accendere in altri la scintilla che hanno acceso in lui da bambino; a restituire il bene ricevuto, moltiplicandolo. Per i potenti di questo mondo, che da bambini hanno ricevuto tutto e ora si prendono tutto, la logica di una simile decisione è oscena, uno specchio in cui non vogliono guardarsi e che dunque infrangono, fuggendo da quello scandalo.

 

Anche gli zombie devono arrivare a fine mese

Oggi parliamo di gente che cerca lavoro e non lo sa. Intendo quelle persone che sebbene abbiano bisogno di soldi, affrontano l’idea di un potenziale stipendio con un tale distacco filosofico da dare l’impressione di essersi ritrovati al colloquio per sbaglio, in seguito a una lobotomia che gli abbia tolto facoltà di pensiero e parola.
Come devo interpretare la reazione di certe persone se, quando mi siedo nella sala d’aspetto insieme a loro, non danno nessun cenno di voler rispondere, in qualsivoglia modo, al mio saluto?

Va bene (scopro poi), siete due persone di rispettivamente 21 e 23 anni, sfortunatamente in possesso di due cromosomi Y che automaticamente vi mettono più in basso rispetto a me nella scala evolutiva, magari è anche il vostro primo colloquio e non sapete come affrontare la situazione…

Va bene, vi capisco, certe volte le persone ai colloqui di gruppo esagerano anche con l’estremo opposto, dimostrando un egocentrismo e una competitività esagerati e, francamente, molto fastidiosi, e fate bene ad evitare di comportarvi così…

…Ma non credete che rispondere a monosillabi e solo se invitati più volte a parlare, fissando per tutto il tempo il tavolo, insomma fare la figura di due morti di sonno non sia propriamente una strategia vincente per ottenere un lavoro qualsiasi, né tantomeno uno di tipo commerciale?

Io ci ho provato a salutarli di nuovo, quando sono uscita dall’ufficio, ma evidentemente a Zombieland la cortesia non è all’ordine del giorno.

zombie-worker